Sveglia all’alba, comincio a preparare l’impasto per la challah mentre ascolto le news. Nel giro di pochi minuti sono immersa nella meditazione, in quel benedetto stato di attenzione solo ed esclusivamente a quello che sto facendo. Che sia passare l’aspirapolvere o curare le mie piante, ha sempre un effetto benefico su di me; ma quando mi capita mentre creo la pasta del pane del Sabato, è un piacere che si proietta più a lungo, come se anch’esso aspettasse Shabbat.
Fiorella e Isabella arrivano da Bologna cariche di dolcetti e di energia creativa: hanno in corso da un po’ di tempo uno studio fotografico, fra gli altri, dedicato agli Ebrei progressivi in Italia, e oggi vorrei raccontare loro qualcosa di particolare, cioè la tradizionale Shlissel challah del primo Shabbat dopo la fine di Pesach.
Mi sento cosi bene insieme a loro: la delicatezza, la curiosità verso l’Ebraismo e rispetto verso ogni particolare che incontrano ogni volta che vengono nella nostra casa e nel mio laboratorio, si mischiano a risate di gioia e confidenze, sogni e progetti. Amicizia.
Racconto loro che la nostra tradizione dice che durante Pesach si aprono dei “cancelli” speciali, iniziando un cammino verso la libertà, che poi si chiudono quando Pesach termina. Ma noi, donne e uomini e bambini, abbiamo tanta strada da fare, allora chiediamo a D@o di darci ogni giorno la “chiave”, la benedizione per aprire nuove porte, per realizzare il nostro benessere e quelli degli altri.
Vi è poi un altro significato per la chiave, alcuni pensano che rappresenti “la domanda”. Fare le domande, sopratutto quelle che mi spaventano di più, è un esercizio che solo l’Ebraismo mi aiuta a fare, ed è cruciale per me acquisire questa abitudine.
Quale miglior modo che indirizzare a D@o le nostre preghiere che accompagnandole ad un dolce profumino di buon pane? Allora, diamo al pane la forma di chiave per sottolineare il messaggio!
Shabbat Shalom!

