(continua)

Il mio silenzio in situazioni di pericolo o paura si ripresentò spesso. Avevo 8/9 anni, sempre dai nonni in campagna. Una sera di agosto come tante in cui mettevano un lungo tavolo sotto il pergolato e tutti, parenti e amici, cenavamo insieme. Mio zio C. mi chiese di andare nel vicino paese a comprargli le sigarette. Io inforcai la bici, felice di essere utile e partii per una nuova avventura: al  ritorno, a pochi metri dal cancello dei nonni, un uomo in piedi vicino alla sua auto che occupava parte della strada mi fece un cenno di fermarmi come per chiedere un’informazione. Io frenai, senza scendere dalla bici, e immediatamente egli infilò la sua mano sotto la mia gonna di jeans, percorrendo la mia coscia fino al pube. Chiudendo istantaneamente la gamba sinistra, divellendo il suo braccio fuori dal mio corpo, creai con impeto un’onda di rincorsa che fece da propellente alla mia pedalata. Arrivai in cortile a tutta velocità, il cuore in gola, ma non dissi cosa mi era successo; a chi rivolgermi per essere creduta, ascoltata, difesa? forse ad un uomo irascibile come il nonno, che non mi ha mai considerato? a nonna, che sopportava sempre le sue offese? o a mio zio, che trasformava sempre tutto in una battuta di spirito? o a mia madre, che non denunciava le violenze fatte a lei? o a mia sorella, che a quell’epoca era lontana da me anni luce?

Come mi disse tanti anni dopo un terapista, sono cresciuta in una famiglia abituata a “fare il caffè al nemico”, solo recriminando gli uni con gli altri per la frustrazione.

Sin da bambina, avevo simpatia per gli affari: ricordo quando nelle estati a casa dei nonni, giocando con i miei cugini ed amici, avevo inventato il”pedaggio” per i carri agricoli che attraversavano il cortile dalla strada alla campagna, da pagarsi in foglie della siepe. Diciamo che i lavoratori che fermavamo, sotto un sole cocente, per questa richiesta giocosa, per un po’ hanno avuto fin troppa pazienza, ma poi la nonna e’ intervenuta!

Una sera, alla grande tavolata c’era persino mio padre (infatti era Natale),  ed io ero particolarmente sia esaltata ma anche attenta a non fare passi falsi ai suoi occhi. Lo zio B. teneva come al solito banco insieme al nonno, e io ero vicino a lui mentre si divertiva a incendiare le cartine delle arance, che volavano in alto dileguandosi in scintille. Lui aveva vicino anche qualche banconota di denaro, non so perche’.  Mi disse ‘vedi? i soldi sono come queste cartine .. non valgono niente .. ‘ poi prese una banconota, la fece volare con uno sbuffo fra le labbra dicendomi “vero?”  Risposi, incerta, si .. e lui severamente mi disse  “No, sbagliatissimo!! invece e’ tutto! “.  Ero mortificata.

Una volta a Londra chiesi  a mio padre quanto guadagnava con il suo lavoro e lui mi si rivoltò contro con rabbia chiedendomi se mia madre mi aveva detto di chiederlo. Non lo aveva fatto.  Rimasi impietrita e quella notte dormii sullo scendiletto di mio padre, mentre lui non vedeva. 

Mia madre ed io cenavamo in una pizzeria sulla Vignolese, mi ricordo ancora il tavolo. Ero tornata da Londra, lei mi chiedeva e allora io parlai con ammirazione di mio padre: mi disse, con una voce sottile e sarcastica “tu hai fatto l’apologia di tuo padre”. Rimasi allibita e mi sentii un mostro; una volta a casa consultai un vocabolario, e in quel imparai che non era giusto ammirare mio padre. Allora perchè mi ci mandavano?

Con entrambi i miei genitori non c’erano tanti confini di riservatezza: una volta da adolescente, durante un viaggio in Scozia, mio padre mi fece dormire nel letto in mezzo a lui e la sua compagna.    Per anni ho dormito nel letto matrimoniale con mia madre. 

Ero una bambina e una ragazza appassionata alla lettura, al parlare (anche se incerta nel capire se potevo o no) e sopratutto all’ascolto. In terza media avevo sviluppato un sogno, incoraggiato dall’insegnante di Italiano: frequentare il liceo artistico e poi la scuola per interpreti simultanei. Al momento della scelta, nessuno mi ha chiesto qualcosa, evidentemente nessuno ha chiesto il parere degli insegnanti, poiche’ sono stata iscritta all’istituto tecnico.  Da poco, ho saputo da mia madre che questa decisione era dipesa dalle vicissitudini dei miei fratelli al liceo.

Comunque, di solito trovo sempre un lato positivo nelle situazioni, e avevo sviluppato un’abilità sempre nel fare felici gli altri per poi arrangiarmi per la mia contentezza; quindi in quella scuola dove non capivo le materie ragionieristiche, mi aggrappai alle lingue straniere e alle  materie umanistiche con l’aiuto di qualche ottimo insegnante.

Durante le estati, andavo in Sardegna da mio padre e sua moglie e il loro mondo dorato. Lavorando alla profumeria di amici di mio padre, entrai in contatto con A., la esperta estetista che lavorava con noi, e mi si aprí cosí  l’orizzonte del massaggio che, a quei tempi, cominciava ad arricchirsi delle influenze portate dalla conoscenza della cultura orientale. A. diventava per me, giorno dopo giorno, una mentore: forse vedendo come mi interessava, come mi affascinava e come mi muovevo nei pochi momenti  in cui la aiutavo nel suo regno del massaggio, ella mi incoraggiò a considerare quella strada. Prima ancora che potessi avere modo di raccontare a mio padre di questa novità, lui, evidentemente informato da altri della nostra frequentazione amichevole, un giorno mi affrontò, gli occhi blu accesi di una luce terrificante, intimandomi di interrompere ogni discorso con “quella donna”.

Durante le scuole superiori, assistendo alle assemblee studentesche a scuola, appresso mia sorella nei cortei di protesta, sentivo che avrei voluto fare la scuola di giornalismo, ma non sapevo come parlare ai miei. La vita in casa era sempre più dominata dalla malattia mentale. Mia madre e mio fratello alternavano i litigi con le conversazioni filosofiche, cioè più che altro serata dove mio fratello trattava mia madre come una stupida.  Una sera tornando a casa con mia madre trovai la vasca da bagno tutta insanguinata. Da quando eravamo tornati a Modena, mia sorella, dopo un primo periodo di ribellione a quella decisione, mi aveva preso vicina a se’, e per me era un punto di riferimento. Andavamo insieme a Londra, trascorrevamo giornate da turiste (anche se il ritmo era più da marcia militare), ma anche li, la sera a casa era tesissima per l’irascibilità di mio padre, sopratutto con la sua compagna.

Qualche volta, da adolescente affamata di libri e nuove idee, cercavo di intavolare  almeno con mia sorella un dialogo su come potessimo insieme cercare di evolvere dalla situazione intorno a noi. Mi rispondeva annoiata che era un inutile “filosofeggiare”. Mi sembrava cosi ingiusto che ciò che lei studiava ogni giorno a scuola fosse in realtà quello che io amavo e a cui avrei desiderato ispirarmi per la vita quotidiana. Mentre  io dovevo fare i conti (letteralmente) con delle materie che non capivo, ma che mio padre aveva decretato utili.

                                                                                                  LiOr                                                             (continua)

 

Questa è la seconda settimana dell’Omer, il cui tema è Gevurah, Forza o Giudizio – fiducia nel proprio sapere di cosa si ha bisogno.  L’11 dell’Omer è Netzach she’be Gevurah, resilienza nel giudizio. Dinah, figlia di Giacobbe e Leah, vuol dire “giudizio”. Dinah nasce in un mondo di limitazioni, semplicemente perchè è femmina. Quando Dinah cresce, la severità del suo mondo diventa ancora più evidente. La Torah non da a Dinah voce per parlare della sua esperienza. Noi possiamo dare voce a Dinah. Possiamo immaginare che Dinah abbia trovato la forza perseverante, la netzach she’begevurah, per andare oltre il suo essere vittima e diventare veramente libera. Noi siamo simili a Dinah quando troviamo una voce per parlare delle nostre tragedie, e le trascendiamo. (https://www.ritualwell.org/ritual/omer-11)

Photo: credito e ringraziamento a Karla Gudeon.

 

 

 

 

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