Modena, 19 Aprile 2024 – 11 di Nissan 5784 – mancano 4 giorni a Pesach (Pasqua Ebraica)

Cosi come mancavano 3 giorni a Pesach quando fu scritto questo discorso dal Lubavitcher Rebbe – che qui traduco da Chabad.org perchè mi piace molto il suo modo di spiegare il significato di “Arca santa”, ossia dove riponiamo il sefer Torà (o i sefarim poichè di solito sono più di uno) nella sinagoga. 

” Grazie a D@o
12 di Nissan, 5734 [4 Aprile 1974] Brooklyn, N.Y.

A tutti i Partecipanti alla presentazione dell’ Aron-Kodesh
In occasione dell’ 11 di Nissan, 5734

Saluti e benedizione:
La presentazione di un oggetto così sacro e significativo, così come l’ora e il luogo dell’evento, richiedono una riflessione particolare. A maggior ragione alla luce dell’insegnamento del Baal Shem Tov secondo cui tutto ciò che accade nella vita può, e quindi deve, servire da lezione pratica alla persona pensante nella sua vita e condotta quotidiana. La base di ciò è il fatto che tutto ciò che accade avviene, ovviamente, per Hashgacha Pratit ovvero la Provvidenza Divina in ogni dettaglio.

La presentazione offre quindi molti spunti di riflessione, alcuni dei quali desidero condividere con voi in questa lettera.
L’essere umano è definito un mondo in miniatura (microcosmo). I nostri Saggi sottolineano che non si tratta di una semplice frase, ma che l’analogia corrisponde a molti dettagli, anche minimi.
L’idea alla base di questa analogia è che l’uomo e il mondo in cui vive sono intimamente legati e si influenzano reciprocamente.

L’idea di Aron-Kodesh (Arca Santa) è che si tratta di un oggetto fisico, fatto di legno, metallo o altro materiale, consacrato per ospitare un Sefer Torah, anch’esso fatto di cose materiali (pergamena scritta con penna d’oca e inchiostro), ma santo perché la scrittura è la parola di D-o, il massimo di tutto ciò che è spirituale e sacro. Poiché l’Aron-Kodesh è un oggetto così sacro in quanto ospita il più sacro di tutti gli oggetti sacri, il Sefer Torah, è consuetudine renderlo bello – come del resto è il caso di quello che è stato presentato. Anche quando un Aron-Kodesh ha degli scomparti inferiori, questi vengono utilizzati esclusivamente per conservare altri oggetti sacri.

Un essere umano è come un Aron-Kodesh. Il corpo, costituito da tessuti, ossa, ecc. è fisico, ma ospita l’anima che è spirituale, sacra e pura. Di conseguenza, anche il corpo deve essere mantenuto sacro, come un’Arca che ospita un Sefer Torah.

In effetti, l’analogia può essere estesa al mondo intero, dove D-o ha comandato di costruire un Mikdash, un Santuario, dal quale la luce e la santità di D-o dovrebbero diffondersi e permeare il mondo intero.

Allo stesso modo, un individuo deve sforzarsi di rendere il suo cuore e il suo cervello (la mente) – anche se sono fatti di sostanze fisiche – dei “santuari”, cioè dei depositi sacri per contenuti e qualità ancora più sacri, in sintonia con la santità e la perfezione suprema che D-o ha rivelato nella Sua Torà e nelle Mitzvoth. A tal punto che anche gli scompartimenti più bassi, cioè quando la mente e il cuore si applicano a un livello inferiore, cioè a cose materiali come gli affari o il lavoro, non devono essere fini a se stessi, ma un mezzo per raggiungere un livello spirituale migliore e più elevato, dando così alle occupazioni mondane un aspetto diverso, un significato e un valore più elevati. Ciò corrisponderebbe al Santuario che D-o ha ordinato di erigere in questo mondo materiale, il Santuario a cui il popolo ebraico ha contribuito con cose materiali come l’oro, l’argento e l’ottone, elevando a santità non solo i contributi stessi, ma anche lo sforzo che ha comportato l’acquisizione di tutte le loro cose materiali, compresa la maggior parte che viene utilizzata per le necessità personali e familiari.

Entrambi i santuari – il santuario che è all’interno di ogni ebreo, uomo e donna, e il santuario che D-o ha ordinato di costruire come sua dimora sulla terra – sono menzionati nella stessa frase della Torah: Mi faranno un santuario, perché io possa abitare in loro – in ognuno di loro, come i nostri Saggi interpretano questo versetto. In altre parole, lo scopo ultimo del Santuario costruito per D-o è quello di rendere ogni cuore e ogni mente ebraica una dimora adatta a D-o.
La deduzione immediata da quanto sopra è che, sebbene in questo momento il Santuario, il Bet Hamikdash, non esista, e sarà ricostruito quando verrà Moshiach, il santuario che è all’interno dell’ebreo, uomo o donna, è sempre presente, e spetta a lui e a lei coltivarlo e renderlo efficace nella santificazione dell’intera vita quotidiana.
Alla luce di quanto sopra, insieme al mio sentito apprezzamento per i sentimenti che hanno accompagnato la Presentazione, desidero esprimere la mia preghiera di speranza che essa stimoli tutti i partecipanti a rafforzare la determinazione a fare della propria vita personale un Aron-Kodesh, un Aron-Kodesh della famiglia, fino a permeare anche i figli dello stesso spirito e della stessa dedizione. Con tale determinazione, l’assistenza divina è assicurata, e possa D-o concedere che si realizzi nello spirito di questi giorni, quando la Presentazione è stata fatta, cioè nello spirito di vera libertà da tutte le distrazioni materiali e spirituali.

Inoltre, anche il luogo della Presentazione è di buon auspicio, perché è qui che il mio santo suocero ha costruito il suo Santuario – una sacra Casa di preghiera e di studio – durante l’ultimo decennio della sua vita terrena, un Santuario che continua con lo stesso spirito.
Auguro a voi e a tutti i vostri una Pesach kosher e ricca di ispirazione,
Con benedizione,
M. Schneerson ”

 

La cosa per me straordinaria di questo discorso di Rav Schneerson, 50 anni fa, è il linguaggio con cui egli, spiegando l’ Arca santa, o Aron Kodesh, praticamente un armadio, descrive alcuni punti fondamentali dell’Ebraismo ma non solo, anche dell’etica della Famiglia e persino dell’ Ayurveda!  (2* paragrafo)  

Ieri 18 Aprile, 10 di Nissan, è stata Yom Aliyah, la giornata in cui commemoriamo il ritorno, l’immigrazione degli Ebrei dalla diaspora allo Stato di Israele.  Io ho festeggiato la giornata compiendo le mie seppur ridotte (quest’anno, a causa della necessità di proteggere le mie ossa e muscoli da troppo sforzo) pulizie di Pesach, mirate sopratutto alla eliminazione dalla nostra cucina dello Chametz ovvero di ogni cibo o sostanza che contenga lievito o che sia prona alla lievitazione a contatto con acqua (pane pasta ecc..). Insomma, un sano ridimensionamento del mio proprio Io, in favore del Sè, della mia anima.

Ho celebrato Yom Aliyah con il cuore e la mente vibranti di gioia, gioia che, sopratutto in questo anno 5784 per me significa, allo stesso tempo:  felicità di vivere all’unisono con la mia comunità ebraica, dolore lancinante per la morte e la distruzione inflitta a Israele 6 mesi fa e continuato ogni giorno e ancora pensando ai rapiti, violentati o lasciati morire; sgomento incredulo per l’attività e la comunicazione di  antisemitismo-antigiudaismo  che a partire dal pogrom del 7ottobre2023 – letteralmente, cioè non una settimana o un mese dopo – è scoppiata in tutto il mondo; speranza (perchè una donna Ebrea non si può permettere di farne senza!) che nutre, insieme al pragmatismo, il significato della vita, della famiglia, della società, per ricominciare a vivere, sempre. In una parola, ho celebrato il mio ideale progetto di fare aliyah io stessa, b’ezrat Hashem, o se D-o vuole come diceva sempre mia nonna Dirce.

Am Yisrael Chai! Shabbat Shalom, Lior

(nella foto, l’Aron-Kodesh nel Mikdash della sinagoga di Modena)

 

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