(continua)

Il lavoro in banca mi faceva male, chiedevo di lavorare a contatto con il pubblico e invece mi trasferivano sempre più in uffici chiusi anche se di prestigio. Escalava anche il livello di maltrattamento psicologico, con l’ultimo capo che, tranquillamente dalla sua scrivania, spesso ci diceva che eravamo dei “vermi incapaci”.  Capivo sempre meno il lavoro da fare, come se il mio cervello fosse altrove.

Mia madre mi telefonava molto spesso, sempre  lamentandosi che ero andata via ma che “era giusto perche’ stavo con mio padre”. Andavo a Modena quasi ogni fine settimana. Assentarmi da Milano cosi spesso incise sulla nostra vita sociale, ma volevo farlo se potevo rassicurare me stessa e mia madre, sapere che era sana e salva e lasciarle coltivare il suo rapporto con mia figlia. Mia sorella era sempre al lavoro e sempre di fretta quando veniva a pranzo, ma ero tanto contenta di vederla, anche se voleva dire ascoltare i suoi sfoghi. Purtroppo sentivo anche commenti spiacevoli alle spalle del caro A., con cui mia madre aveva stabilito da anni una profonda relazione e che per me era come un padre. Accompagnavo sempre mia madre  alla casa di cura per malattie mentali dove viveva la zia T. 

Fin da bambina, avevo emicranie devastanti. Anche questo era diventato un problema per me da affrontare. Mio padre mi diede un grande aiuto, per caso raccontandomi di aver saputo di una terapista “orientale” che aveva curato un conoscente.

A.P. era una terapista all’accademia ShatSu-Do di Milano. Con le sue cure, la mia vita e’ finita, ricominciata.  Trasformata, ho cominciato a risvegliarmi, ho accolto i primi semi dell’autodeterminazione; anche se agendo forse un po’ troppo d’istinto, invertii l’abitudine di lasciare che gli altri decidessero per me, anche se pensavano di fare bene, facendomi vivere secondo i loro schemi. 

Grazie alla psicoterapia, allo ShatSu, all’arteterapia e alla mia vita di madre di una fantastica creatura, mi si aprirono i canali di creativita’ e potei intravedere un modo per essere utile proprio secondo quelle doti che i miei familiari e amici, subliminalmente, mi riconoscevano da sempre.  

Avevo 36 anni e decisi di licenziarmi dalla banca e stabilire il mio workshop di oggettistica d’arte. Avevo trovato una bel locale nel centro storico di Milano e potevo finalmente soffiare nelle mie vele.  Io e mio marito avevamo divorziato, eppure lui mi appoggiava e incoraggiava.

Ero ingenuamente confidente nel prossimo, si, certo non era una buona cosa per un esercizio commerciale. Infatti non reagivo ai colpi bassi del mio vicino di negozio, che minavano la mia sicurezza interiore. 

Forse perchè il mio Amalek, la forza detrattrice, era dentro di me. Immagino dessi per scontato che, dopo tutto il trascorso e 17 anni in banca, potessi avere un dialogo da adulta con mio padre. Era il 26 dicembre del 2000, io e mia figlia lo avevamo invitato a cena, e io gli raccontai il mio progetto del workshop. Tornarono nei suoi occhi quei lampi di ira e terrore, mi gridò che era una pazzia ed avrei fallito. Gli dissi che erano anni che coltivavo questo sogno, e come in trance rispose che anche lui da giovane aveva un sogno, l’universita’ di economia e commercio, ma dovette rinunciare per andare in banca. Strano, poiche’ quando mi convinse a seguire le sue impronte, diceva che fin da bambino aveva la passione di guardare gli impiegati della banca locale dalla finestra sulla strada. 

Da quella sera, mi ha dichiarato guerra, e i suoi amici sicofanti mi telefonavano per dissuadermi con altre funeste previsioni sulla mia attivita’. 

Qualche anno fa, mio padre mi ha chiesto scusa, non meglio precisando per che cosa, ma che bravo! Mi ha ispirato. Mia madre ammirava la mia manualita’, mi aiutava a farmi pubblicità con i conoscenti, veniva spesso a Milano a trovarci. Mi faceva piacere, però diventava sempre più chiaro che per lei ero uno specchio in cui rifletteva la sua parte istintiva, mentre il rapporto “adulto” era con i miei fratelli.

 Chiesi con orgoglio a mia sorella se potesse essere la mia commercialista – forse credendo cosi di mostrare a tutti, sopratutto a mio padre, che ci credevo e che ero in buone mani. Lei fu sempre generosissima rifiutando di farmi pagare: poi questo e’ diventato un problema, che io ho gestito male. Mi dava le istruzioni periodiche sempre più all’ultimo momento, dicendomi che mi teneva per ultima “come faceva con se stessa”, io non capivo l’antifona e stavo zitta invece di ringraziare e cambiare commercialista.

Mia sorella mi coinvolgeva nelle lamentazioni circa la follia che pervadeva i rapporti fra tutti i soggetti della “famiglia”, circa il giogo di sopportare e supportare tutti, con parole di odio, definendo tutto un ‘inferno’.  Ma appena lasciavo intravedere una idea, una possibilità alternativa, era come se lei si spostasse velocemente su un altro treno di un binario parallelo, con diversi origine, carico e destinazione, escludendomi. Era spiazzante e disarmante. E umiliante, quando lei era considerata la “responsabile” fra tutti.

Io avevo usato i miei risparmi nell’aprire l’attivita’ senza un business plan. E’ stato un grande errore. Credo che avessi tanta istintiva fiducia nel mio progetto di vita e lavoro,  quanta paura avevo di affrontare un ennesimo “no”, che una “ragione” potesse ancora una volta bloccarmi. Le mie creazioni andavano a ruba, ancora di piu’ degli oggetti di arte applicata che acquistavo per rivendere. Ero fragile ma felice.

Ricordo ora due fatti drammatici, non so bene quale  avvenne per primo.

– Dato che appunto mia madre era molto presente nella mia vita, in una delle frequenti telefonate che mi faceva, ingenuamente le raccontai che la banca mi aveva chiesto di rientrare gradualmente dal debito. Mi ricordo che, almeno consciamente,  non avevo alcuna intenzione di chiederle aiuto, ma lei immediatamente disse che mi avrebbe mandato i soldi necessari.   Ancora una volta, rimasi, letteralmente senza parole, provai un senso di vergogna, come una situazione che andava chiusa al piu’ presto senza parlarne a nessuno. Accettai tacitamente senza informarmi sulle conseguenze che questo prestito aveva sulle finanze di mia madre e sulle sue condizioni. Nessun’altro me ne parlò.

– Un giorno vidi arrivare in negozio mio padre, mia madre e mia sorella. Stupita ma contenta della visita, stavo al mio posto vicino al banco di vendita; loro disposero delle sedie di fronte a me, ma lontano, nel mezzo del negozio, e mio padre – visibilmente cercando di reprimere tanta rabbia  ma anche la voglia di guardarsi intorno e osservare le cose bellissime che facevo – mi disse che dovevo “smetterla”, che non sarei riuscita a condurre più l’attivita’, che “avevo fatto fin troppo”. Presi il colpo, in silenzio, come del resto a occhi bassi stavano mia madre e mia sorella.

Come ho detto, non ricordo quale dei due eventi fu il primo, ma facevo sempre piu’ fatica a creare. Avevo flashes di quegli occhi azzurri brucianti di rimprovero. Di li a poco chiusi il negozio.

La mia successiva strada per guarigione e crescita è stata la scoperta del mondo del massaggio Ayurvedico, grazie alla terapista di ShatSu   che, come A. quando avevo sedici anni, mi incoraggiò vivamente ad esplorare. Divenne il mio futuro.

 LiOr                                                                                                                                              (continua)

Questa è la quarta settimana dell’Omer, dedicata a Netzach: resistenza, perseveranza, vittoria, determinazione. Il 26 dell’Omer è Hod she’be Netzach, gloria nella perseveranza: la donna scelta è Nechushta, madre dell’ultimo Re di Judah, con il quale fu esiliata in Babilonia. Non sappiamo niente a proposito di lei se non che il suo nome, Nechushta, “quella di bronzo”, ci ricorda dei serpenti di bronzo che Mosè usava per curare gli Israeliti nel deserto. Nechushta ci ricorda del potere di guarigione della Shekhinah. Una midrash su Nechushta dice che le sue porte erano sempre aperte; forse le sue porte rimasero aperte anche in esilio, cosi che, come il serpente di bronzo, ella potesse nutrire e guarire gli altri esuli. Siamo come Nechushta quando, perseverando, troviamo vie per alimentare fiducia e guarigione in un mondo a pezzi.  (https://www.ritualwell.org/ritual/omer-26)

 

 

 

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