La settimana scorsa, Shabbat è stata dedicata alla Consapevolezza sulla Salute Mentale in tutta la comunità ebraica di Londra e ho avuto il piacere di prendere parte online al servizio Erev Shabbat guidato dal rabbino Benji Stanley alla Westminster Synagogue.

Nella parshàt Bo di quella settimana, la piaga delle tenebre cadde sugli Egiziani come risultato dell’indurimento del cuore del Faraone. La descrizione di questo fenomeno è inquietante: le persone e le case e gli animali d’Egitto furono avvolti nell’oscurità totale, un’oscurità quasi palpabile, come un blob la cui densità rende impossibile vedere l’altro vicino a te. Nello studio che abbiamo condiviso, il rabbino Benji ha fatto un parallelo tra la percezione di un tale fenomeno e quella della depressione.

Quella descrizione di un’oscurità che rende impossibile vedere persino le ombre, si è riverberata nella mia memoria. La sensazione di isolamento, di paura, che ho provato durante la mia infanzia è tornata sulla mia pelle. Nei lunghi pomeriggi e nelle serate che trascorrevo nel nostro spazioso appartamento di Sassari, quando mia madre e mia sorella erano quasi sempre fuori, mi sentivo sola e mio fratello, che già soffriva di gravi disturbi mentali, era solo nella sua stanza. Cercavo di non farmi sentire per non rischiare un contatto che mi avrebbe messo in ansia. Allo stesso tempo, avevo paura del buio e accendevo tutte le luci della casa, poi uscivo sul balcone e osservavo la strada, sperando che mia madre tornasse presto.

Dalla New North London Synagogue, ho anche ascoltato online l’esperienza di prima mano di un giovane che lavora per Jami, un’organizzazione britannica che lavora per servire e facilitare la vita delle persone con malattia mentale. Mi ha ricordato che durante il mio periodo a Londra ho assistito a una delle loro presentazioni alla Sinagoga di West London, per la cui newsletter ho scritto un resoconto di quell’evento. Quando il rabbino della New North London ha chiesto a J “perché una Shabbat di consapevolezza della salute mentale?” il giovane ha risposto: “Perché penso che il detto “più che gli Ebrei hanno mantenuto lo Shabbat, è lo Shabbat che ha mantenuto gli Ebrei”, sia molto significativo per quanto riguarda la salute mentale. Vedo come la malattia mentale è una cosa antica. L’inquadramento della depressione oggi può essere medicalizzato, ma le emozioni ad essa associate sono sempre esistite. Allora, vedere come esse sono state interpretate in particolari circostanze culturali nel tempo, ha grande valore. Ancora più valore ha approfondire come questo è avvenuto nella cultura ebraica. Mi fa sentire connesso, perchè questi problemi non sono sorti con la tecnologia del 21mo secolo, ma per millenni la gente si è chiesta ‘è davvero un bene l’esistenza?’. La risposta che, nonostante le difficoltà, si sono più o meno dati è che ne valeva la pena, visto che hanno voluto continuare a procreare. Alla domanda ‘perchè ne vale la pena?’ credo possa entrare in gioco la tradizione, nella sua bellezza, a darci la speranza che ne possa valere la pena”. Cosí J, alla luce della sua esperienza, essendo riuscito a trasformare la sua malattia in un’occupazione e in un modo per aiutare gli altri, si adopera per abbattere i tabù che circondano questo argomento.

Non potevo sentirmi più vicina a J, anche io voglio impegnarmi perchè la salute mentale sia trattata esattamente come quella fisica.

Vi è stato anche un momento di infinita tenerezza: J ha fatto riferimento ad un Midrash su Bereshit, quando gli angeli discutevano tra di loro su come consigliare Hashem se fosse bene o meno creare l’essere umano. Questo, ha detto, ci ricorda i limiti che spesso il discutere e filosofeggiare ci può condurre verso un luogo molto buio. Nel Midrash, Hashem ritorna dal suo lavoro di Creazione e, avendo ignorato gli angeli per tutto il tempo, li informa che la cosa è fatta, l’uomo ora esiste.

Ciò che la tradizione ci insegna qui è che è in effetti un bene per noi essere qui. Indipendentemente dal fatto che possiamo discutere e ragionare per arrivare a questa conclusione, Dio non ha avuto alcuna incertezza. Questo è un grande aspetto della consapevolezza, mettere da parte la deliberazione delle nostre menti e sperimentare semplicemente l’esistenza. Ricavare il senso della bontà della vita da un’esperienza molto più diretta. Grazie Jon!

Tornando alla sinagoga di Westminster, il rabbino Benji ha citato i Salmi 34:19 che dice: “L’Eterno è vicino a chi ha il cuore spezzato: chi è schiacciato nello spirito, Dio lo libera”. Quanto può essere formidabile, quando ci si sente inamovibili nel buio, sentirsi promettere che questo può cambiare.

Per la Lucia che accendeva tutte le luci di casa, ad esempio, una via d’uscita era chiudersi nell’ampio ed elegante bagno e, davanti all’enorme specchio, fingere di essere la venditrice di creme di bellezza che mi affascinava quando accompagnavo mia madre in profumeria. Ma la mia passione è stata ostacolata per tanto tempo, bloccata dalla paura delle parole minacciose di mio padre. Una nota felice per la LiOr di oggi è che proprio ieri sono stata incaricata di rappresentare Just, e consigliare a tutti i suoi favolosi prodotti di bellezza!

Cosí la memoria possa diventare una benedizione. Elaborando le mie esperienze con il senso di connessione e di visione che mi dà lo studio nella tradizione ebraica, così come lo scambio con e la compagnia di insegnanti e amici, posso mettere da parte le deliberazioni della mia mente e confidare che ciò che ho imparato possa aiutare gli altri.

Quest’anno il calendario ebraico e quello gregoriano, che usiamo nella sfera secolare, ha posto vicine la Shabbat dedicata alla Salute Mentale (con la parshà contenente la piaga del buio), la Giornata della Memoria della Shoa (nei cui dintorni culturali e sociali posso  purtroppo vedere come ancora è diffusa la rimozione di quel buio dalla mente da persone oneste, intelligenti), e la festa di Tu b’Shvat, il 15 di Shevat, che inizia stasera ed è il nostro capodanno degli alberi.

Allora, Chag Tu b’Shvat Sameach a tutti gli Ebrei e auguri agli Abitanti di tutto il mondo di saper essere buoni guardiani dei doni della Natura.

 

 

 

     

 

   

 

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