Oggi è il 10 di Tevet 5781. Come quasi ogni venerdì (talvolta anticipo a giovedì), svolazzo allegramente in cucina impastando e infornando la challah per il pane di Shabbat, operazione che mi occupa dal mattino presto fino al primo pomeriggio comprendendo il tempo di fare la spesa e lo spuntino del pranzo. Quest’oggi però è diverso: Ariel ed io non andiamo al supermercato perchè è il giorno di Natale 2020 e tutto è chiuso. Da parte mia, sto osservando il digiuno appunto di Asarà be Tevet: in questa triste data di ogni anno noi Ebrei commemoriamo l’inizio dell’assedio di Gerusalemme da parte dell’esercito babilonese guidato dall’Imperatore Nebuchadnezzar  nel 425 BCE, che terminò poi con la distruzione del primo Tempio.

Il significato del digiuno ha valenze e sfumature diverse nelle date del calendario ebraico in cui ci viene richiesto, poichè le occasioni commemorano appunto eventi di diversa gravità o imponenza. In Asarà be Tevet, la tradizione ci suggerisce senz’altro il digiuno introspettivo perchè i nostri saggi hanno sempre ritenuto che l’attacco a Gerusalemme abbia radici anche nei conflitti interni al popolo (cosiddetto odio immotivato). Allo stesso tempo, siamo esortati ad azioni o pensieri che aiutino ad ispirare ed innalzare lo spirito.

Nonostante questa giornata di sacrificio sia stata attraversata da momenti di serena creatività – e comunque di lietezza per l’imminente arrivo di Shabbat – o forse proprio per questo, in quanto vissuta in una quasi normalità casalinga – oggi ho sentito molto il digiuno. Ho sentito come la leggerezza fisica e la restrizione, B’H volute e temporanee, mi rendevano vulnerabile all’emergere delle mie emozioni più recondite. Decido di lasciarle andare, almeno di cominciare .. Ho percepito la somiglianza della situazione creata dal coronavirus  ad un colossale assedio. Ho riflettuto su come stia evolvendo, dall’inizio della crisi sanitaria, il mio approccio e sentimento verso la difficoltà, resa estrema da tanti fattori, di essere fisicamente vicino a mia madre. 

Allora ho sentito affiorare la sensazione che il bandolo della matassa, il nocciolo della tristezza e della paura che ho provato dall’origine nella relazione con i miei genitori e fratelli, è il sentirmi braccata, come se essi abbiano sempre deciso, anche per me, di lasciarci assediare. Da chi, da cosa? Per dirlo in due parole, e diciamo con un eufemismo, dall’ impotenza del cuore. Ma svilupperò questa mia epifania nelle prossime puntate!  Intanto, intreccio i miei racconti!

 

 

       

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