(continua)

Mia madre doveva combattere contro la volontà di mio padre per conquistare delle garanzie sociali per mio fratello, e mi coinvolgeva fino al punto da scrivermi una lettera ingiungendomi di occuparmene. Io le risposi che non sapevo cosa lei intendesse visto che nessuno mai mi ascoltava, ma che il padre di mia figlia stava combattendo il cancro e che questo fatto e il mio lavoro non mi permettevano di muovermi da Milano. Quello che  ho sempre fatto, come potevo, era di supportarla emotivamente, sono spesso andata con mia madre e mio fratello al suo centro di cura, conoscendo il medico, gli operatori e l’attivita’ ricreativa che lui svolgeva li. Quando ero a casa di mia madre, fin da giovane e fino a due anni fa, ho sempre aiutato volentieri con lavori manuali di ristrutturazione, esempio il lavoro di sverniciatura, antitarlo e lucidatura sui travi del soffitto dell’acetaia, pittura del soffitto e delle pareti della cucina, le pareti della stanza di servizio, la pittura del vano scale dopo che il muratore aveva fatto il lavoro di stabilita’, anche comprando io i materiali. Ho fatto il lavoro di alleggerimento del solaio per il problema di stabilita’ dopo il terremoto, svuotando e smaltendo cassoni di roba vecchia, pesante. Quando potevo e si presentava un’occasione anche con qualche contributo in denaro.

Tutto questo, mentre mia madre era attivissima e sempre difficile da accontentare, e sapeva cosa voleva per la sua casa! Le ho dato fiducia con mia figlia, stando attenta anche a distanza e con grande ansia e stress mentale sempre per l’incombenza di mio fratello.

P.  mori’ quando nostra figlia era adolescente. Mia madre e mia sorella ritenevano che sarebbe stato bene per noi tornare a Modena, ma la nostra vita era a Milano e rifiutai.

Nel 2011 sono emigrata a Londra, dove ho trovato la gioia: mia figlia viveva e studiava nella stessa citta’ ma indipendente; ho trovato la mia realizzazione spirituale e in modo inerente mi ero instradata in un lavoro molto promettente; e avevo trovato l’amore.

Continuavano le telefonate di mia madre, quelle dilanianti alternanze tra “che bello quello che fai” e “ma non torni più qui da me”, i suoi sfoghi per la difficolta’ dei rapporti con gli altri familiari. Cominciarono  poi le telefonate di mia sorella, che descriveva come sempre tutto come un “inferno” di cui lei portava il peso. Mi ricordo ancora una volta, stavo per entrare in sinagoga, e la sua telefonata, che presi mentre stavo in piedi sul marciapiede per mezz’ora, fu uno sfogo adirato per la richiesta di nostro padre di stabilire quanti soldi ci diede in passato per le nostre case. Sopratutto era furente, insinuando che lui facesse differenze a mio favore in quel rispetto. 

Anche vivendo a Londra contribuivo trascorrendo almeno tutto il mese di Agosto con mia madre, in modo che mia sorella andasse tranquillamente in vacanza. Infatti la salute di mia madre si stava deteriorando gravemente e nell’agosto del 2012 fece una terribile caduta. Io gestii il ricovero senza disturbare mia sorella.  Quindi mia madre passo’ da poter avere affittuari nella sua casa ad avere invece necessita’ di aiuto fisico. Cominciarono anni di lotta per farle accettare l’idea.

Nel 2013 vendetti la casa di Milano, restituendo a mia madre i soldi che mi aveva prestato. Continuavano le telefonate di mia sorella, a cui dicevo che il mio lavoro e la mia vita erano li. Ricordo che giorno mi disse “dai, se vieni apriamo un B&B!” (nella casa della mamma). 

Io fui sorpresa, e di nuovo ingenuamente, entusiasticamente fiduciosa, non approfondii oltre, non mi assicurai che dicesse sul serio – avrei dovuto, data la distanza siderale tra i suoi interessi e priorità e un’attività commerciale in proprio. La forza della mia fiducia proveniva dal quanto questa idea sarebbe stata la naturale evoluzione di una villa tramandata per generazioni dove vivono sole due persone cosi vulnerabili; di una tenuta stupenda ma che richiede amore e lavoro in ogni suo angolo di interno ed esterno; che richiede di generare le risorse per il suo mantenimento. Anche se mia madre, per carattere, avrebbe fatto difficolta’ ad accettare un’idea non sua, pensavo che mia sorella ed io – e tutti i nostri intorno – potevano finalmente unire le forze, le debolezze, le esperienze, dare il meglio delle nostre rispettive qualità per un progetto comune. Ma non misi condizioni a mia sorella circa la mia sicurezza lavorativa.

Nell’ estate del 2015 ero li come al solito in agosto, e approfittai per sondare il terreno (letteralmente!): mia madre era sempre molto prona a manutenzioni e controlli della casa, ed un suo fidato geometra venne in sopralluogo per valutare gli effetti del passato terremoto. Accennai loro l’idea di creare una bella casa di riposo: dato che mia madre e mio fratello avevano bisogno di assistenza, ma erano recalcitranti all’idea di avere una “badante”,  perchè non fare di necessità virtù, creando un piccolo luogo di cura e riposo? Un posto che avrebbe potuto essere anche un impegno per mio fratello, una nicchia, un’occupazione per il dopo-mia madre, fra cent’anni.

Il Geometra disse che la casa stava benone, e applaudí all’idea, dandoci notizia che proprio in quel periodo era in esame una legge del Comune per regolamentare e favorire l’apertura di questi centri privati; secondo lui mia madre si sarebbe ampiamente ripagata delle spese di un’assistente organizzando un paio di lavoratori per loro e gli ospiti paganti, sopratutto se sua figlia (cioe’ io) avessi lavorato attivamente nella struttura. 

Riferii tutto a mia sorella e le proposi di parlare con nostra madre per cominciare a dare corpo all’idea: mia sorella come sempre era molto di fretta, vedevo già svanire nei suoi occhi l’interesse ad ascoltarmi. Mi disse di parlare io, e mentre esponevo alla mamma l’idea, mia sorella faceva praticamente solo atto di presenza.  Mia madre disse un chiaro, deciso, “no, io non voglio estranei in casa mia”.  Tutto finí li.

Mia sorella mi trattava come una dama di compagnia, invitandomi a cena fuori o a casa sua, dove il suo partner pretendeva di “spiegarmi” i miei, mio padre ecc. Mentre mia sorella faceva i commenti tragici e disperati come sottofondo, io non riuscivo a dialogare perchè lui teneva banco.  Ricordo una sera che uscendo da casa loro, caddi. Mi sentivo inesistente, ma anche peggio, perchè servivo solo per eseguire.  

LiOr                                                                                                                                      (continua)

 

Questa è la quinta settimana dell’Omer, dedicata a Hod, gloria, accettazione, ricettività e profezia. Il 35mo giorno dell’Omer è dedicato a Malkhut she’be Hod, maestà nella gloria. Achsah era figlia di Caleb, uno dei due uomini che guidarono la conquista della terra di Canaan, il quale la diede in sposa al vincitore di una battaglia strategica (Joshua 15:13-19). Achsah, nel lasciare il padre, gli chiede in dote un terreno con una sorgente d’acqua. Caleb le dona allora la zona delle Gulot (sorgenti) Superiori e Inferiori. Nella midrash, Caleb era il marito di Miriam, la profetessa associata ad una miracolosa fonte. Sembra che Achsah stia chiedendo, non un territorio, ma l’accesso al dono spirituale di sua madre, l’ abbondanza di acqua. Achsah, anche se viene data via come un oggetto, trova un modo per reclamare il suo senso di malkhut, di sovranità individuale, chiedendo un dono, quindi evocando la qualità di Hod, ricettività. Noi siamo simili ad Achsah quando rivendichiamo la nostra propria individualità attraverso la richiesta della nostra eredità fisica, intellettuale e spirituale.   (https://www.ritualwell.org/ritual/omer-35)

 

 

Share it
Piattaforma di gestione del consenso di Real Cookie Banner