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Oggi sono andata dalla mamma e ho trovato una piantina che avevo messo in convalescenza, avvisando tutti, in un posticino appartato dell’immenso giardino rovesciata a causa di un grosso ramo che le è stato infilato dentro. Ho sentito un colpo allo stomaco. Ho telefonato a mia sorella per chiederle se sapeva dirmi chi, e sopratutto perchè, aveva fatto ciò, dato che li avevo avvisati sapendo che lei, da quasi due anni cioè dopo l’operazione della mamma, gestisce la proprietà senza condivisione.
Io ero molto frustrata e la mia voce lo avrà senz’altro rispecchiato. Lei mi urlava nel telefono che “se dovessero pagare tutto quello che faccio ..!” .. poi ho sentito il colpo più forte quando, accusandomi di non andare mai a trovare mia madre, mi gridava ripetutamente “la devi smettere! La devi smettere, capito?…”
Sono raggelata. Non capivo cosa dovevo smettere, ma un’immagine nitidissima si è affacciata alla mia anima, un dolore che mi strazia: l’emicrania quel giorno era insopportabile, ero a letto al buio. Mia figlia, avrà avuto neanche due anni, gioia mia, era in bagno nella nostra casa di Milano e mentre nelle sue faccende affaccendata, mi chiamava canterina e allegra, cosî senza un motivo d’urgenza, forse perchè ero la sua mamma e le piaceva intonare mamma in tutte le possibili variazioni .. io sfidai la nausea che mi faceva barcollare e andai da lei, le misi le mie mani sulle sue braccia e le dissi ripetutamente “devi smetterla”, cercando di essere forte ma calma. Negli scorsi dieci anni ho chiesto scusa a mia figlia di tante cose, questa mi manca.
“Grazie” a mia sorella, credo di sapere perchè lo abbiamo detto, ma solo il perchè superficiale – cioè come ci sentivamo disperate nei rispettivi momenti, poi però bisogna capire il perchè del perchè, se vogliamo che non si ripeta mai più.
Mi ha detto tante volte mia madre che il mio concepimento era stato un errore, e che le prime notti ho pianto e strillato e i miei genitori mi tenevano d’occhio, ma mi lasciavano piangere nella culla.
I miei primi 3 anni di vita sono stati immersi nel vuoto della tensione, della gelosia, senza di punti di riferimento comuni, col trasferimento al Sud e la definitiva deteriorazione della relazione tra i miei genitori, il ricongiungimento dei miei fratelli che avevano vissuto fino ad allora ognuno in ciascuna delle due famiglie di nonni. Degli anni a Torino, ricordo solo tanta tristezza e solitudine su una poltrona in cucina, cercando un riparo dalle liti che sembrava andassero più in onda in salotto .
Arrivata a Sassari a 6 anni, la maestra di scuola ha fatto sapere alla famiglia che avevo quella che oggi si chiama ADHD, sindrome da deficit di attenzione e iperattività, e mia sorella si sedette vicino a me in classe per qualche giorno. Mio padre ci lasciò per andare in America. Mio fratello cominciò ad essere violento con mia madre e mia sorella. Mia sorella passava molto tempo fuori con gli amici. Mia madre aveva molti impegni scolastici anche al pomeriggio, oppure sociali. Qualche volta mi portava con sè; per lo più trascorrevo tanti, lunghissimi pomeriggi da sola, nel grande appartamento dove accendevo tutte le luci che potevo per la paura, mio fratello era nella sua camera.
Mi chiudevo in bagno, giocando allo specchio a fare la profumiera, illustrando alla invisibile cliente le qualità dei cosmetici della mamma, facendo dei bei pacchettini. Passavano le ore e cominciava a salire la paura che mamma avesse avuto un incidente; allora mi trasferivo in balcone, affacciata sulla grande strada per cercare di intravvedere la mamma arrivare. Quando entrava in casa, riportava la vita per me, ma purtroppo iniziavano le liti furibonde con mio fratello. Non riuscivo a capire, non veniva chiamato nessun aiuto e non ho mai capito perche’. Leggevo molto e amavo giocare con gli animaletti di plastica o i soldatini, o all’aperto, la gioia era andare con la mamma in campagna a fare provvista d’acqua, o accompagnarla in profumeria.
La gioia, rarissima, era anche essere presa per mano da mio padre quando ci visitava, camminando attraverso il centro città per incontrare i suoi colleghi; o avere una sua carezza mentre mi rimboccava le coperte la sera. Purtroppo quei momenti erano sempre seguiti dalla retorica domanda: “non ti dispiace vero, che devo andare via?” Io annuivo, sentendomi andare in briciole di dentro, ma non ho mai risposto: tenevo duro e non volevo rischiare di non avere neanche quel momento. Mi sembrava di essere incaricata di qualcosa che non potevo apertamente vivere nel quotidiano.
Giocare con i miei coetanei era bellissimo! Dei gruppi facevo parte saltuariamente, solo per invito della mia amica L.: certo mi divertivo molto, era un mondo favoloso dove potevo ascoltare e vedere interagire i bambini che si esprimevano senza freni, anche deridendomi. Capii dopo che per loro ero strana e diversa. Pur essendo una bambina esuberante, giocosa e affettuosa, non sapevo come gestire le situazioni emotive nella socialità. Nella mia famiglia, la risata equivaleva ad amaro sarcasmo, una mia confidenza provocava derisione o silenzio, il contraddittorio provocava reazioni aggressive. Nel gruppo ero come disarmata, passiva, quindi immagino non divertente. Talvolta la mia amica L. mi accoglieva nella sua casa ed ero felice.
Forse vedere mia madre spesso minacciata e assalita verbalmente e fisicamente da mio fratello, e sentendo dire che lui aggrediva mia sorella, mi faceva morire in gola qualsiasi reazione alle situazioni in cui loro mi trattavano male, quando mia madre mi gridava “panciona” senza alcun motivo, o quando lei e mia sorella zittivano le mie chiacchierine con cui mi piaceva intrattenerle, seduta in mezzo a loro, sul sedile dietro dell’auto, durante le gite. Ricordo la sensazione di vergogna, quando mia sorella, seduta accanto a mia madre, mi diceva “non taci mai, sembri la Zia M.”: infatti la Zia M. era considerata molto cattiva in famiglia, sopratutto nel merito della separazione fra i miei genitori. Mi sentivo una traditrice! Chissà, forse mia sorella voleva esprimere solidarietà con mamma.
Ero felice quando, già a otto anni, prendevo l’ aereo per andare a trovare mio padre a Londra, ma poi cominciarono i sensi di colpa: al ritorno, mia madre e mia sorella mi chiedevano dettagli, ed io raccontavo entusiasta quello che avevo vissuto. Per esempio che mio padre mi aveva presentato la sua “governante” (però che poi dormiva con lui) e allora fioccavano le battutine maliziose, le lamentele sarcastiche di mia madre e mia sorella. Io amavo mio padre, ma in quei frangenti mi sentivo tradita e presa in trappola da ogni parte.
Una notte mi svegliai da un incubo, chiamai ‘mamma, il mio letto e’ pieno di formiche!” e mi rispose da lontano “Contale!”
Non avevo certo problemi di questo tipo con il mio migliore amico, Fuffy il volpino dei miei nonni materni. Da quell’alternanza fra gelida solitudine o simbiosi con mia madre, avevo respiro durante le vacanze a Modena dai nonni e mi inebriavo nella natura. Grazie alla sua intelligenza emotiva, con Fuffy, coraggioso e abituato alla vita di campagna, non avevo paura di fare passi falsi e deludere qualcuno. Anzi, Fuffy era sempre pronto ad aiutarmi persino fisicamente, per esempio a risalire da un fosso. Era il mio eroe invincibile, o almeno cosi credevo. Nel frattempo, senza mio padre, ci trasferimmo a Modena, frequentavo le scuole medie e non mi sembrava vero di poter trascorrere più tempo dalla nonna, con Fuffy. Ma lei cominciò a viaggiare e la casa rimaneva chiusa. Anche se un aiutante si occupava del cane, chiesi a mia madre di poter portare qualche volta Fuffy a casa in citta per qualche giorno. Come pensavo, risulto’ che sapeva benissimo adeguarsi ai ritmi diversi e mi fu consentito tenerlo un po’. Senza saperlo, esposi cosi il mio tesoro alla furia di mio fratello. Cosi lo riportai nel suo ambiente, convinta che fosse al sicuro. Ma un giorno .. la strada di campagna che porta alla casa della nonna si stagliava nel freddo, livido pomeriggio. Arrivammo io e la mamma con l’auto e appena entrate in cortile scesi al volo per correre incontro a Fuffy, che stranamente non era già venuto ad accogliermi. Guardai verso il cancello e sulla strada vidi mio fratello arrivare a piedi, ma dalla direzione del fiume.
Lui mi vide e io lo guardai, raggiungendolo, con un senso di pesantezza sul cuore, per chiedergli se aveva visto Fuffy. Ma non feci in tempo a pronunciare una parola, che lui mi disse che il cane non c’era più, che era stato investito da un’auto. Mi sentii girare la testa, un freddo masso mi fece sentire incapace di chiedere dettagli, di sapere dove fosse il mio caro. Per sempre. Dopo più di 45 anni, lo scorso 24 ottobre, sono stata cosí fortunata da essere invitata da Rabbi David, alla mia cara West London Synagogue di Londra, ad una commemorazione dei nostri animali da compagnia. Io ho finalmente ricordato il mio Fuffy.
LiOr (continua)
È ancora la prima settimana dell’Omer, il cui tema è Chesed, Amore. Il 4 dell’Omer è dedicato a Netzach she’be Chesed, il potere dell’amore. La madre di Mosè, Yocheved, nutre il suo neonato per tre mesi fino a quando, non potendo più nasconderlo dal Faraone, intreccia un cestino e vi lascia Mosè affidandolo al Nilo. L’amore di Yocheved è rafforzato da netzach, la fiducia che ella può superare qualsiasi ostacolo. Infatti Mosè viene salvato da una principessa egizia, la quale chiede a Yocheved di nutrirlo! Questo è netzach she’be chesed, il potere dell’amore di creare straordinarie possibilità. Noi ci rispecchiamo in Yocheved, madre di Miriam, Mosè e Aronne, quando crediamo nel potere del nostro amore. (https://www.ritualwell.org/ritual/omer-4)
Photo: ‘Moses’ mother’ by Alexey_Tyranov.

