Finisce l’anno ebraico 5781. Questo mese di Elul, è come sempre un periodo di riflessione a noi caro poichè abbiamo la convinzione speranzosa che sia il tempo in cui Dio, come una Maestà, scende a passeggiare nei campi ed è più vicino che mai alla Sua gente, quindi in ascolto. Vorrei dire a Dio che sto elaborando una specie di lutto. Pochi giorni fa telefonai a mia madre per augurarle buon compleanno, ma scelse di non parlarmi. Forse in seguito a ciò che ho raccontato loro di me e del mio passato in famiglia.
Ammetto la sconfitta di non aver saputo mantenere un rapporto con mia sorella che mi permettesse di avere una relazione sostenibile, adesso, con mamma. Ho protestato l’oppressione di non essere vista nè ascoltata dai miei fratelli, e l’ingiustizia per il modo in cui gestiscono mia madre. Credevo che durante il passato in cui ho supportato e ascoltato loro, avessimo costruito qualcosa.
Mia madre ed io abbiamo avuto un rapporto strettissimo dalla mia nascita. Credo che mi sentisse come una parte di sè, letteralmente. Mamma è sempre stata altalenante nelle sue scelte, nella sua autostima, nella sua comunicazione: un continuo e rapido alternarsi tra il coraggio dell’espressione della sua natura entusiasta, creativa, originale, libera da schemi, e l’aderire a modelli rigidi, guidati dalle convenzioni fino talvolta a rischiare l’anaffettività e la incomunicabilità. Influenzata dall’essere considerata una sua “appendice”, credo di aver proiettato questo dualismo nella mia vita per esempio nella tendenza a considerare i rapporti sociali in contrapposizione ad una sincera espressione artistica.
Probabilmente per questo suo non-scegliere definitivamente, non difendere e radicarsi in uno o l’altro modello di essere donna e madre, lei che pur ha una innata, generosa forza istintuale e vitale, non ha mai rivolto a noi figli, riuniti in ascolto, un apprezzamento critico delle nostre rispettive forze e debolezze e del nostro ruolo che ognuno dei tre dovesse quindi riconoscere nell’altro. Avrebbe dovuto, invece l’ha tenuto solo in cuor suo.
Nonostante le sue bellissime qualità, come tantissime persone – sopratutto provenienti da famiglie disfunzionali e sofferenti – fin da giovane mia madre avrebbe dovuto curare i suoi trauma, coltivare ciò che descriverei con il concetto ebraico dei due bigliettini ognuno nelle due tasche dell’abito di una persona, uno con su scritto che il mondo fu creato per essa e l’altro con il monito che essa non è altro che un granello di polvere nell’universo.
Io la penso cosí: non importa quanto ci si impiega e se si impara mentre si è già genitori, l’importante è cominciare, appena la vita ci presenta una sfida importante, ad imparare che il rispetto per se stessi non può prescindere dal rispetto per l’altro; che l’autostima è causa ed effetto dell’umiltà; che l’indipendenza materiale, per uno spirito creativo, giunge dall’indipendenza emotiva; sopra ogni altra cosa, che la sofferenza non è un destino ma un’opportunità per il cambiamento.
Nel mio cammino di crescita, mentre ho cercato di sviluppare questi valori, ho amato mia madre e abbiamo avuto anche molti scontri: miravo all’idea che se e quando fosse arrivato il momento in cui avrebbe avuto bisogno di noi, io avrei avuto i mezzi adeguati. Forse la mia recente protesta era fuori tempo, o forse, più probabilmente, invece che protestare avrei dovuto ignorare le provocazioni e le imposizioni ed agire secondo il mio criterio.
Sono triste di non vederla e non sentirla, sono contenta che negli ultimi tempi abbiamo sempre parlato con tenerezza e riconoscenza, ed il mio ricordo è dolce. So che più passa il tempo più diventa difficile sentirsi e vedersi, sopratutto perchè la sua capacità cognitiva regredisce.
Prego Dio di fare in tempo ad affermarmi nuovamente, secondo i miei valori. Di non costituire un problema per loro. Questo è il mio modo di onorare e rispettare i miei genitori.

