“Sia la Tua volontà, Eterno, Dio di noi e dei nostri antenati, che Tu ci conduca verso la pace, ponga i nostri passi verso la pace, ci guidi verso la pace, e ci faccia raggiungere la destinazione desiderata per la vita, la gioia e la pace.
Che tu ci salvi dalla mano di ogni nemico, da ogni imboscata, dai banditi e dagli animali selvatici lungo il cammino, e da ogni sorta di patimenti che si riuniscono per venire sulla terra.
Possa Tu mandare benedizioni in ogni nostra opera, e concederci pace, gentilezza e misericordia ai Tuoi occhi e agli occhi di tutti coloro che ci vedono.
Che Tu possa sentire il suono della nostra supplica, perché Tu sei Dio che ascolta la preghiera e le suppliche. Benedetto sia Tu, Eterno, che sente le preghiere.”

 

Quando Lisa Greene mi ha regalato questa T’fillat haDerech, avevo appena passato l’esame del Beit Din a Londra. Il mio cammino era iniziato quando sono nata, ma nel tempo ci sono stati dei percorsi speciali, delle tappe significative. 

Avevo contribuito alla nascita di una creatura davvero umana, che ha portato gioia e motivazione in suo padre, in me e nei nostri parenti e poi fra le sue persone. Attraversando esperienze tremendamente brutte e tremendamente belle avevo, almeno, rotto la schiavitù di “non pensare neanche di fare il lavoro che vorresti”. Avevo conquistato la consapevolezza del mio corpo, anche mediante la consapevolezza dei limiti e delle ferite della mia mente, e so come insegnarla a chi ne ha bisogno. Avevo finalmente trovato il mio modo di gioire per la vita di tutti i giorni, per il lavoro e per lo studio, nonostante le difficoltà e l’impegno (del resto sempre mantenuto fin da quando arrivai a Milano nel 1984) di stare anche vicino ai miei a Modena. Gioire infatti è proprio questo, non è essere felici in una bolla fintanto che tutto va bene, è cercare di mantenere gentilezza e fiducia anche quando non va tutto bene.  

In quel 2012, quando Lisa mi fece conoscere questa preghiera, il percorso speciale in essere era la mia vita affettiva e sociale a Londra, la mia vita ebraica, lo sviluppo di un’integrità (intendo letteralmente, una “insiemitudine” – non uso la parola completezza in quanto mi suona ancora come un sogno) nella mia vita. Pensai wow, questo testo è molto adatto a me, che viaggio molto, che amo profondamente il mondo naturale e animale tanto da poter rischiare di sottovalutare un pericolo, che lavoro creando con le mie mani, che ho cominciato da piccola a supplicarTi e che non credo che le disgrazie siano punizioni.

Eppure, non l’avevo capita bene. Infatti, dopo una decade di vita ebraica, è la preghiera che sento ancora non parte naturale di me, anche se sono sempre più convinta che sia molto ‘per me’ e amo il suo suono quasi primordiale, la sua semplice complessità. Non avevo capito che i pericoli che contempla non sono solo e necessariamente fuori, non si presentano solo sotto forma di agenti esterni, da altri a me stessa. Come al solito in Ebraismo, prendere i concetti solo letteralmente induce in errore, o almeno in visione limitata.

Stamattina, nel recitarla, mi sono soffermata sull’ultima parte e ho pensato: chi ha creato questa preghiera (Kol ha Kavod!) insiste nel chiedere a Dio di benedire le nostre opere e di concederci pace, gentilezza e compassione sia agli occhi di Dio che agli occhi di chi ci “vede” (neanche che ci guarda, che è già un’azione più volontaria del vedere). Non chiediamo solo la protezione di Dio (che sarebbe sufficiente, come per dire: “Basta che ti prendi cura di noi e stiamo bene”). Chiediamo anche a Dio che gli altri non ci facciano del male. Mi sembra che qui si suggerisca una triangolazione, in cui ognuno di noi è agente ed è influenzato dal’altro, e Dio può essere un punto di riferimento super partes.

Siccome credo che Dio sia dentro di noi, credo che la sua qualità di “ascoltare la preghiera e la supplica” sia potenzialmente in ognuno di noi. Oggi ho percepito il T’fillat ha Derech come un incoraggiamento (non importa quante volte in passato ho sofferto per aver chiesto – non cose materiali, ma attenzione o dialogo, che per me è ancora più importante) a confidare nella possibilità di “supplicare” le persone, per qualcosa in cui credo. Così oggi ho deciso di iniziare un progetto che ho cullato da tanto tempo, che riguarda la sicurezza fisica ed emotiva dei membri di una coppia o di una famiglia. E Dio sa che avrò bisogno di voi!

Shabbat Shalom,

e Chodesh Adar Tov da LiOr

 

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