31 gennaio 2023, 9 di Shevat 5783

Sono completamente solidale con la madre di Roma.

Il suo neonato di 3 giorni è morto mentre erano ancora ricoverati nella maternità dell’ ospedale. La mamma aveva all’inizio, immagino al check-in, accettato il sistema del rooming-in, di tenere il bimbo in arrivo sempre nella sua stanza.  I familiari non avevano permesso di assisterla per le norme anti-covid.

Madre e figlio hanno avuto un travaglio lunghissimo e lei era stravolta, riferisce di aver spesso chiesto aiuto alle infermiere, semplicemente per dormire perchè sfinita, magari di poter affidare il neonato per qualche ora al nido, ma le operatrici non la hanno aiutata. Raccontano di durezza, di rigidità da parte loro: pare che una notte dovesse andare in bagno e ha chiesto aiuto alla vicina di letto, che mentre cullava il piccolo è stata sgridata dall’infermiera piombata nella stanza: “qui ognuno pensa a suo figlio!”

L’altra notte quella mamma ha dovuto prendere al seno il bimbo, nonostante la stanchezza. Poi l’oblio. La vicina si accorge che la signora era riversa sul piccolo e da l’allarme. La mamma viene informata della tragedia.

Ora una donna torna a casa, dopo un parto felice, benchè faticosissimo, senza il suo bambino.

Già negli anni ’80, durante la mia esperienza di primipara, mi sono accorta che la maternità negli ospedali veniva sfruttata per molti interessi tranne che quelli di madre e figli. Per esempio il boom dei tagli cesarei e la spinta all’allattamento artificiale.  E’ anche vero che queste due innovazioni, talvolta, salvano una vita.

Già diversi anni fa è stata messa in luce la strategia di marketing delle multinazionali del latte in polvere che venivano  aiutate dal personale medico e infermieristico degli ospedali a “creare” nuovi clienti.

E qui è il punto, dov’è la persona?  Tutti, dagli utenti, che devono rispettare chi lavora, agli infermieri, che lavorano sotto una forte pressione, ai medici, tutti dovrebbero governare i reparti non solo per l’aspetto scientifico ma anche con quello “del buon padre/madre di famiglia”.

Quando partorii anch’io subíi un trattamento durissimo, grazie a D@o non fatale per la mia bambina. Eravamo tra l’altro in un reparto a pagamento (non per mia scelta ma per uno strano accordo tra il mio ginecologo e l’ospedale). 

Era il 14 agosto: all’ecografia di controllo dopo la rottura delle acque mi dicono che la bimba è girata di testa e, anche se io non volevo, devo accettare il taglio cesareo. Mi addormento ascoltando a tutto volume il rock preferito dal chirurgo ostetrico.  Mia figlia è nata un pochino sottopeso, per cui mi dicono che starà un pò nella culla termica (ma non incubatrice). Chiesi di vederla, anche per poterla allattare subito, ma le infermiere mi dicono che non possono portarmela, che devo andare io. Avendo avuto il cesareo ho un attimo di difficoltà, e il suo papà la riesce a vedere solo dal vetro.   Mi ricordo che, fattasi notte, una ostetrica mossa a compassione mi porta un fagottino con dentro la mia creatura dicendomi che non poteva farsi scoprire dal personale, ma che non poteva accettare che mi fosse impedito vederla.

Ma è un momento. Siccome insistono che non potevano portarmela, ma le volevo dare il mio latte, chiesi a loro la pompetta apposita: arriva un cerbero di infermiera spingendo in camera un carrello pieno di provette e lambicchi che sembrava uscito dagli anni ’40; l’infermiera mi intima “non le rompa eh, che è di vetro!!” e se ne va. Mia madre mi osserva con sguardo scettico.  Appena prendo il mano l’alambicco, cade e va in mille pezzi. Affronto il plotone a capo chino e per qualche giorno fornivo le mie bottigliette, poi mi dissero che la bimba preferiva il latte in polvere.  

Hanno vinto loro, il circuito pre-organizzato di ginecologo, ospedale rinomato, infermiere: non per la mia inesperienza -quella è il punto di partenza, da cui vi sono diversi modi di procedere per farsela – ma per la mia paura di respirare,  la mia paura della mia istintività, del mio corpo. Però, io ho potuto andare a casa con mia figlia, e darle tutto il mio possibile amore e cura. Anche se non è da sottovalutare quanto importante sia allattare al seno, ma grazie a d@o la mia bambina ha molto amato il latte alternativo.

La compassione reciproca, fra tutti, questo è il modo per trattare, come in questo caso, ogni puerpera, non importa se al primo o quinto figlio. Con la ragione e l’istinto, il respiro, anche da parte dei sanitari, per la tranquillità che il parto è un evento naturale, ma anche l’attenzione per dei segnali piccoli, inaspettati, ma che possono cambiare la vita della mamma e del neonato.  

Remare nella stessa direzione, riconoscere l’umanità dentro di sè e dentro l’altra persona, per sentirsi umani. 

LiOr

 

Share it
Piattaforma di gestione del consenso di Real Cookie Banner