L’ennesima “Festa della Donna”, l’ennesima giornata dell’ 8 Marzo che ricordo degli ultimi miei 40 anni, anni in cui ho avuto un crescendo di sentimenti conflittuali in proposito. 

Partiamo dal termine “festeggiare”: per esempio, nell’anno ebraico ci sono molti giorni, o serie di giorni, dedicati a ricordare un evento della nostra storia: alcuni sono addirittura stati indetti dalla Torah (i regalim), ad esempio come Pesach – la pasqua ebraica, e sono festività in cui gli Ebrei non solo ricordano ma proprio rievocano l’evento, “come se stessimo vivendo quel fatto oggi noi stessi”.  Di altri giorni, alcuni sono più importanti, altri meno, altri sono più di carattere civico che religioso, come il giorno dell’indipendenza, e un’altro, il 9 del mese di Av,  non si chiama “festa” ma commemorazione: Tisha B’Av è un giorno d’estate in cui, con lutto e digiuno, commemoriamo avvenimenti tragici come la distruzione del Primo Tempio (586 b.c.e.), la distruzione del Secondo Tempio da parte delle truppe di Tito (70 c.e.), la sconfitta degli insorti guidati da Bar Kochba (135 c.e.), la distruzione di Gerusalemme (136 c.e.) e inizio della diaspora

Nei cimiteri ebraici non si usa portare fiori sulle tombe, Mi trovo in sintonia con questa tradizione, perchè i fiori sono creature che portano gioia, profumo, significato simbolico con cui possiamo mandare un messaggio ad una persona ..  per me tutte cose simpatiche e piacevoli che può apprezzare una persona viva.  Allora come manifestiamo il nostro ricordo, di rispetto o d’amore, per una persona morta? Nei cimiteri ebraici si usa porre un sassolino sulla lapide quando la si visita, ma è anche molto probabile che non se ne vedano molti dove sono sepolti antenati lontani pochè magari, anche per le frequenti persecuzioni dei tempi passati, le famiglie si sono spostate molto lontano. Ma la memoria, quella è tenuta molto viva, e in Ebraismo si augura a chi resta che “possa la memoria di …. essere di benedizione”.

Cosa vuol dire?  Attraverso le nostre azioni. Il caso più frequente, purtroppo “normale” è la morte per anzianità di un genitori, parenti, amici dove ognuno di loro ci lascia il ricordo di una sensibilità speciale verso qualcosa, o un tratto caratteristico di cui possiamo goderci la bellezza del ricordo, o che può far nascere in noi la volontà di iniziare o riparare qualcosa, magari una realtà familiare o sociale (che poi sono la stessa cosa) che il nostro impegno può aiutare a cambiare.  Ancora di più se la morte che commemoriamo è stata di massa, violenta e causata dall’inesistenza o dal mancato rispetto di misure di sicurezza, portare giustizia sarebbe una benedizione per la nostra vita.

Il fatto che l’8 Marzo “festeggiamo” la ricorrenza di un avvenimento tragico e violento accaduto a donne lavoratrici, con un giorno di distribuzione di fiorellini – che dovunque vedo appassire nei cellophane prima ancora che il pomeriggio sia fatto – non mi è mai andato bene; dopo il 2020, annus orribilis per la pandemia da Covid-19 che fra gli altri picchi negativi ha visto anche quello della violenza domestica sulle donne, mi va ancor peggio.

Mi va peggio questo 2021 anche perchè l’anno scorso per me il male non è stato per niente. Ho voluto, potuto, capire e affrontare le cose che mi fanno arrabbiare, che sono collegate strettamente al perchè da cinque anni vivo a Modena. Forse, se la pandemia non mi avesse costretto ad analizzare quelle cose, finalmente, dal mio punto di vista e nel mio interesse lavorativo, non avrei mai tentato di risolvere l’enigma delle relazioni fra donne, fra sorelle, attraverso la mia relazione con mia madre e mia sorella. E andrò avanti.

Ripenso a quel giorno di Tisha B’Av, quel giorno funesto per il popolo ebraico, ricordo i Maestri commentare che il comune denominatore di quegli avvenimenti che era l’odio ingiustificato all’interno della comunità stessa, che la rese vulnerabile al nemico.

 

    

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