Durante questo recente periodo, tra Rosh Hashana e Yom Kippur, sono stati tanti gli spunti offerti dall’Ebraismo per fare un bilancio dell’anno 5780 appena conclusosi, guardando dentro gli eventi della nostra vita in quel lasso di tempo. Secondo il concetto di Teshuvà (ritorno) che ispira tutto Elul, ultimo mese dell’anno vecchio, passando attraverso il capo dell’anno nuovo fino al giorno del giudizio, siamo incoraggiati non solo a mettere in luce gli errori e le mancanze dell’ultimo anno ma sopratutto a ritornare, a riparare subito quello che è possibile, quindi formulare nuove intenzioni, visualizzando migliori comportamenti e azioni che metteremo in campo nella nostra vita del nuovo anno.
Ma oggi è il settimo giorno di Sukkot. Perchè allora sto riflettendo ancora su questi argomenti?
Il festival di Sukkot arriva 5 giorni dopo Yom Kippur, subito dopo il quale si comincia a costruire la Sukkah, la capanna con coperture di frasche in cui trascorreremo del tempo con la nostra famiglia, dove ospiteremo amici e sconosciuti per un pasto gioioso. A Sukkot celebriamo il completamento del raccolto e commemoriamo la miracolosa protezione che Dio diede agli Israeliti quando entrarono nel deserto dopo l’esodo dall’Egitto, come riferisce la Torà (Lev. 23): “Nelle capanne risiederete per sette giorni… perché le vostre generazioni sappiano che in capanne ho fatto stare i figli d’Israele, quando li ho tratti dalla terra d’Egitto”. Ogni giorno prendiamo in mano “le quattro specie” o arba minim, cioè scuotiamo il lulav (fronda composta da salice, mirto e palma) e assaporiamo il profumo dell’etrog (una specie di cedro).
I saggi della Midrash ci dicono che le quattro specie, con le loro diverse caratteristiche, rappresentano le varie personalità della comunità di Israele/ degli esseri umani, la cui unità intrinseca enfatizziamo a Sukkot.
Sukkot ha un’altra caratteristica veramente unica: in questo periodo di festa siamo letteralmente ‘comandati’ di essere gioiosi, come da Torah (D’varim 16:15): “Sarai dunque completamente lieta” (והיית אך שמח).
Il settimo giorno di Sukkot è Hoshaanà Rabbà: in questo giorno abbiamo una possibilità supplementare di pentimento e ravvedimento se dopo Yom Kippur avessimo ancora bisogno di schiarire il nostro spirito, prima della definitiva sigillatura del destino che ci saremo cercati e meritati per l’anno che verrà.
Ecco perchè sto ancora riflettendo su questo argomento: poichè sento fortemente che ho ancora bisogno di un chiarimento. Non lo definisco proprio pentimento, poichè anche se mi dispiace non averlo affrontato e compiuto prima – e sono tanti gli anni da cui quella situazione si protrae – solo durante questi scorsi giorni di Sukkot, benedetta dall’amore di Ariel, di Irene e della gattina Sarà, ho finalmente messo a fuoco il cuore del problema.
La tradizione rabbinica ci insegna che nel pentirsi e chiedere perdono dobbiamo rivolgerci a Dio per i peccati commessi verso Dio e alle persone singole per quelli commessi specificamente verso di loro. Questo mio blog Or Ein Sof – Luce senza soluzione di continuità, è praticamente il mio giornale di vita, e ho deciso che qui parlerò e racconterò di fatti e opinioni con le stesse modalità: di tutto ciò che riguarda me e Dio, quindi anche di cose che riguardano l’umanità e la natura e il pianeta. Potrò senz’altro riferirmi a fatti accaduti fra me e una persona specifica, ma astraendo il concetto che mi interessa analizzare. Mi rivolgerò invece solo direttamente alla persona con cui sento bisogno di chiarire l’aria quando ne sento il bisogno, sperando in uno scambio sincero.
Strano, vero?, di essere ‘comandati’ di essere gioiosi?! perdipiù ‘completamente’ gioiosi!? perdipiù proprio quando siamo richiesti di lasciare la sicurezza delle nostre case e risiedere in fragili capanne riparate da fogliame?! E ancora essere gioiosi in tempo di una pandemia globale?! Davvero?!? Ebbene, l’altro giorno ho letto uno stupendo articolo, scritto dalla mia blogger preferita, Yael Shahar ( https://blogs.timesofisrael.com/sukkot-the-paradox-of-joyfulness/?fbclid=IwAR1gIFA1TntSaF3ieQqfUlTB5TOKN99nrZfHMxZXAWPbynPY2kL742x3SQo ) che mi ha illuminato questa mia zona oscura che portavo dentro da sempre, aiutandomi a trovare le parole per rivolgermi alla mia famiglia di orgine ma sopratutto le parole giuste per parlare con Te, Dio.
Da quando ero una bambina, sono sempre stata gioiosa. Nonostante le tremende situazioni in cui mi sono ritrovata all’interno della famiglia e i riflessi che queste avevano sulla mia vita sociale, ho sempre, spontaneamente, rivolto il mio sguardo alle cose buone, alle diverse entità che grazie, Dio, tante volte ho incontrato e che via via mi hanno mostrato dove prendere le frasche e come usarle per costruire la mia Sukkah virtuale, un luogo di pace dove risiedere nonostante la sua/mia fragilità. Da questo luogo ho ripetutamente cercato di esprimere il mio pensiero, di suggerire qualcosa per uno sviluppo costruttivo del deserto minaccioso in cui versavamo. È anche vero che talvolta il mio messaggio può essere stato ambivalente: cioè quando il livello della loro aggressività era troppo elevato, rispondevo in autodifesa, e cosi la mia crescita è sempre stata un passo avanti e due indietro.
Ma i componenti della mia famiglia, ognuno trincerato nel proprio Ego, non mi hanno mai preso sul serio. La mia gioiosità veniva automaticamente interpretata come mancanza di buon senso, come non essere rilevante nel poter aiutare in una situazione che ‘dovevo’ sopportare, come se io fossi un orsacchiotto da cui ci si aspetta solo un silenzioso inerme sorriso. Che è esattamente, secondo me, quello che verrebbe da pensare ad una prima superficiale lettura del verso della Torah sopra citato (D’varim 16:15): “Sarai dunque completamente lieta” (והיית אך שמח).
Ecco perchè Yael Shahar mi ha illuminato: con lo studio approfondito, le citazioni di insegnanti e la volontà di rendere sempre attuale e realisticamente utile la tradizione ebraica, ella mette in luce come con l’alternativa di una sola lettera, la prima, delle parole שמחה (simcha=gioia) e צמחה (tzmichah=crescita), cambierebbe il significato del messaggio. Inoltre, sia in Inglese che in Italiano la parola ‘altogether/completamente’ può essere tradotta come ‘veramente, completamente’ ma anche ‘nonostante/comunque’.
Forse allora una migliore interpretazione di questo passaggio e delle parole che i rabbini nella storia hanno speso su di esso è: Il migliore contributo che possiamo dare alla comunità in cui viviamo è di crescere attraverso la sofferenza. Riconoscere la nostra vulnerabilità e persino gioire di essa a condizione che teniamo sempre in considerazione che vi è uno spirito divino al di sopra delle parti che conta su di noi come sulle quattro specie, ognuno dando ciò che è la sua vera essenza per aiutarci l’un l’altro. Anche perchè, cosi come accade da sempre nel mio caso familiare, ai gioiosi l’aiuto pratico viene comunque richiesto ma non dovrebbe esserlo in modo disperato e come ultima risorsa.
Nella foto grande è una delle Malachim, Jewish Angel Cards, la prima che l’altro giorno ho estratto dal sacchetto che Ariel ed io abbiamo ricevuto in regalo dalla nostra cara Lisa dagli USA. Esse sono chiamate ‘Messages of Blessing’, ognuna contiene un’affermazione che può ispirare una conversazione, una riflessione.. e davvero per me è stata una benedizione confrontarmi con la parola Memoria. Con questo post, oggi, credo di aver trovato il modo di lasciar andare tanto di ciò che è stato: le cose brutte che mi hanno reso più forte, le cose belle che ho ricevuto e che ho fatto; mostrerò nelle pagine del sito le foto più rilevanti della mia attivitâ creativa e professionale. Insomma, sara’ un re-set della mia memory card.
Chag Sameach!
Lior

